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Storia

Russia imperiale

Pietro il Grande e l'impero

La Russia tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, è irreversibilmente inserita nel contesto Europeo grazie alle radicali riforme attuate da Pietro il Grande.

Nel 1689, quando Pietro I assunse l'effettivo potere, la Russia era ancora un Paese arretratissimo, scarsamente popolato, con poche città degne di tal nome, non aveva industrie e la sua economia si basava sulla produzione di legname, di pelli, di sale e su un'agricoltura rudimentale. Vaste aree, le cui risorse non erano ancora state sfruttate, erano praticamente deserte. Nessuno sbocco sul Mar Baltico e sul Mar Nero, l'unico sbocco geografico verso occidente era il porto di Arcangelo, bloccato dai ghiacci per metà dell'anno; i possedimenti svedesi della Finlandia, Ingria, Estonia e Livonia la separavano dal Baltico; a sud le frontiere distavano ancora parecchie centinaia di chilometri dal Mar Nero: la Crimea era infatti uno stato tributario dell'impero ottomano.

Ad isolare la Russia dall'occidente non era soltanto la sua posizione geografica, ma anche la sua storia e, soprattutto, le profondissime divergenze religiose. La ricca e potente Chiesa ortodossa aveva ereditato da Bisanzio un radicato sentimento di superiorità nei confronti della cristianità occidentale ed era una strenua avversaria dell'influenza straniera. Agli osservatori occidentali i Russi apparivano come un popolo asiatico, ed il contributo del Paese alla vita economica e politica europea era assai scarso.

Pietro I, durante tutto il suo regno (1689-1725) dovette combattere contro i pregiudizi e l'ignoranza di una società statica e s'impegnò a fondo per centralizzare e rendere efficienti le strutture statali, per aumentare la produzione, per introdurre in Russia idee e tecniche dell'occidente. I risultati della sua opera furono imponenti: Pietro I, che aveva ereditato dai suoi predecessori una Russia debole e "barbarica", lasciò ai suoi successori un paese dotato di notevole prestigio internazionale e avviato a ulteriori decisivi progressi.

Con la vittoria sugli Svedesi, nella Seconda guerra del Nord (1700-1721), con la fondazione di Pietroburgo sulle rive del Baltico, con la sua opera complessiva, egli legò la Russia all'Europa, preparò le condizioni per lo sviluppo della marina mercantile e militare, diffuse idee destinate a dare in futuro abbondanti frutti.

Ammodernamento forzato della Russia

La guerra contro la Svezia, stimolò l'attività riformatrice di Pietro anche se in parte la ostacolò e ne ritardò gli effetti positivi. La marina e l'esercito furono riformati, fu sciolta la guardia privilegiata dello zar, dimostratasi infida e ribelle, e in buona parte gli strelizzi furono impiccati per ordine di Pietro I. Le strutture ancora feudali del vecchio esercito furono sostituite con un'organizzazione centralizzata molto più efficiente; vennero fondate scuole militari per l'addestramento degli ufficiali, mentre per il momento prevalevano gli ufficiali stranieri, soprattutto tedeschi. Fu notevolmente incrementata la produzione di armi leggere e di artiglierie, in modo da rendere la Russia indipendente da forniture estere.

Meno fortunate furono le iniziative dello zar per promuovere lo sviluppo della flotta militare e mercantile: nel 1715 fu inaugurata a Pietroburgo un'Accademia navale, ma il Paese, del tutto privo di tradizioni marinare, non seppe adeguarsi alle direttive dello zar, e solo verso la fine del XVIII secolo, la Russia raggiunse un certo prestigio forza sul mare.

Nel campo dell'economia i tentativi di migliorare la scarsa produttività agricola approdarono a risultati modesti, sia per il tenace tradizionalismo del paese, sia perché le iniziative di Pietro I, procedettero in modo disordinato, sotto l'assillo delle necessità immediate della guerra. Nel 1699 fu creata la ratusa, un organo amministrativo con il compito di incrementare l'industria e il commercio e, che sostituì i governatori provinciali nel controllo delle città. Lo zar volle che si facesse un inventario di tutte le ricchezze naturali dell'impero, che si sondasse il sottosuolo per il reperimento delle risorse minerarie e che si chiamassero dall'estero tecnici specializzati per l'introduzione in Russia delle più aggiornate tecniche produttive.

Durante il regno di Pietro il Grande sorsero nel Paese fabbriche e opifici, furono sfruttati per la prima volta i giacimenti ferrosi degli Urali meridionali, e la produzione siderurgica progredì a tal punto che, alla morte di Pietro I, la Russia era una dalle principali esportatrici di ferro in Occidente. Alcuni rami della produzione (tessili, carta, articoli chimici) furono in seguito abbandonati, sia perché il lavoro coatto forniva abbondante manodopera, ma non era in grado di assicurare un numero sufficiente di operai specializzati, sia perché difettavano i quadri per la direzione delle aziende. La guerra, inoltre, imponeva un aggravio del sistema fiscale e sottraeva capitali agli investimenti produttivi.

Pietro I, nel 1700, adottò il calendario giuliano, già superato dalla riforma gregoriana del 1582 ma ancora vigente in Inghilterra, impose l'uso dei numeri arabi, promosse la traduzione di libri stranieri, specie di fisica e di materie tecniche, fece pubblicare, dal 1703, un Bollettino (il primo giornale russo), destinato a spiegare e a propagandare le sue riforme; nel 1714 ordinò che in ogni provincia sorgesse una scuola primaria che insegnasse a leggere, scrivere e far di conto almeno ai figli dei proprietari terrieri, ma l'iniziativa non ebbe alcun seguito in questa classe sociale, attaccata ai propri pregiudizi.

Nel campo politico l'azione dello zar fu rivolta a centralizzare il sistema e a renderlo efficiente: al vertice dell'amministrazione fu posto, in luogo della Duma, un più docile Senato di nove membri, ciascuno dei quali presiedeva un Collegio. Tali collegi sostituirono, dal 1718, i vecchi, numerosi dipartimenti. La riforma mirava a subordinare i funzionari locali al senato e ai collegi.

Pietro I fu avversato dalla Chiesa greco-ortodossa, della quale egli condannava la xenofobia, l'odio per ogni innovazione, l'ignoranza e l'incapacità di utilizzare in modo socialmente proficuo il grande patrimonio di cui disponeva. Una serie di interventi, intesi a limitare lo strapotere della Chiesa, culminò nel 1721 con l'abolizione del patriarcato (una specie di equivalente ortodosso del pontificato romano), che fu sostituito da un Santo Sinodo, costituito da dieci sacerdoti, ma di fatto controllato dallo zar mediante un suo funzionario. Pietro I il Grande morì nel 1725, dopo aver dato alla Russia un peso incomparabilmente maggiore sul piano internazionale rispetto al passato.

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