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La Chiesa

Origine del patriarcato moscovita

Al Concilio di Firenze, il "metropolita di Kiev e di tutta la Russia," il greco Isidoro, fu uno dei principali architetti dell'Unione. Dopo aver firmato il decreto, ritornò a Mosca nel 1441 come cardinale romano, ma fu rifiutato sia dalla chiesa che dallo stato, arrestato, e gli fu quindi permesso di fuggire in Lituania. Ne 1448, dopo molta esitazione, i russi ricevettero un nuovo primate, Giona, eletto dai loro vescovi. La loro chiesa divenne autocefala, amministrativamente indipendente sotto un "metropolita di tutta la Russia," residente a Mosca. Nei territori controllati dalla Polonia, Roma (nel 1458) nominò un altro "metropolita di Kiev e di tutta la Russia". Le tendenze verso la separazione da Mosca che erano esistite in Ucraina sin dal tempo dell'invasione mongola e che erano state sostenute dai re di Polonia ricevettero così una sanzione ufficiale. Nel 1470, tuttavia, questo metropolita ruppe l'unione con i latini e rientrò - nominalmente - sotto la giurisdizione di Costantinopoli, allora sotto controllo turco. In seguito, il fato delle due chiese "di tutta la Russia" divenne piuttosto distinto. La metropolia di Kiev si sviluppò sotto il controllo della Polonia cattolico-romana. Sotto dura pressione dei re polacchi, la maggioranza dei suoi vescovi, contro la volontà della maggioranza del loro gregge, accettò alla fine l'unione con Roma a Brest-Litovsk (1596). Nel 1620, tuttavia, fu ristabilita una gerarchia ortodossa e un nobile romeno, Pietro Mogila, fu eletto metropolita di Kiev (1632). Egli creò la prima scuola teologica ortodossa del periodo moderno, la famosa Accademia di Kiev. Modellata sui seminari latini della Polonia, con istruzione data in latino, questa scuola servì come centro di addestramento teologico per quasi tutto l'alto clero russo nei secoli XVII e XVIII. Nel 1686 l'Ucraina fu infine riunita con la Moscovia, e la metropolia di Kiev fu annessa al patriarcato di Mosca, con approvazione data da Costantinopoli.

La Russia moscovita, intanto, aveva acquisito la consapevolezza di essere l'ultimo baluardo della vera ortodossia. Nel 1472 Il Gran Principe Ivan III (sul trono dal 1462 al 1505) sposò Sofia (Zoë), la nipote dell'ultimo imperatore di Costantinopoli. Il sovrano moscovita iniziò a usare sempre più il cerimoniale imperiale costantinopolitano, e assunse l'aquila bicipite come proprio emblema di stato. Nel 1510 il monaco Filoteo di Pskov si rivolse a Vasilij III come "Zar" (o imperatore), dicendo: "Due Rome sono cadute, ma la terza sta in piedi, e una quarta non vi sarà". Il senso della frase era che la prima Roma era eretica, la seconda - Costantinopoli - era sotto controllo turco, e la terza era Mosca. Ivan IV, il Terribile, fu incoronato imperatore, secondo il cerimoniale di Costantinopoli, dal metropolita di Mosca, Makarij, il 16 gennaio 1547. Nel 1551 presiedette solennemente a Mosca su di un gran concilio dei vescovi russi detto Stoglav ("Concilio dei 100 Capitoli"), in cui vari temi di discipline e liturgia furono risolti, e furono canonizzati numerosi santi russi. Questi ovvi sforzi di vivere all'altezza del titolo di "terza Roma" mancava di una sanzione finale: il capo della Chiesa russa mancava del titolo di "patriarca". Gli "Zar" di Bulgaria e Serbia non avevano esitato in passato a conferire questo titolo ai propri primati, ma i russi volevano un'autenticazione indiscutibile, e aspettarono l'opportunità appropriata. Questa capitò nel 1589 quando il patriarca di Costantinopoli, Geremia II, era in Russia per un viaggio di raccolta di fondi. Non poté resistere alla pressione dei suoi ospiti e insediò il metropolita Giobbe come "patriarca di Mosca e di tutta la Russia". Confermato in seguito dagli altri patriarchi orientali, il nuovo patriarcato ottenne il quinto posto nell'ordine onorifico delle sedi orientali, dopo i patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme.

Relazioni tra il patriarca e lo Zar

Dopo il XVI secolo, gli Zar russi si considerarono sempre i successori degli imperatori di Costantinopoli e i protettori politici e sostenitori finanziari dell'Ortodossia in tutti i Balcani e in Medio Oriente. Il patriarca di Mosca, tuttavia, non pretese mai di occupare formalmente il primo posto tra i patriarchi. Nell'Impero moscovita, si custodivano fedelmente molte tradizioni della Costantinopoli medievale. Un fiorente movimento monastico diffuse la pratica dell'ascetismo cristiano nelle foreste settentrionali, che furono colonizzate e cristianizzate dai monaci. San Sergio di Radonezh (c. 1314-92) fu il padre spirituale di questo rinnovamento monastico. Il suo contemporaneo, Santo Stefano di Perm, missionario tra le tribù ziriane, continuò la tradizione dei Santi Cirillo e Metodio, gli "apostoli degli slavi" nel IX secolo, nel tradurre le Scritture e la liturgia in vernacolo. Fu seguito da numerosi altri missionari che promossero il cristianesimo ortodosso per tutta l'Asia, e giunsero a stabilirsi a Kodiak Island sulla costa dell'Alaska (1794). Lo sviluppo dell'architettura, iconografia e letteratura della chiesa accrebbe allo stesso modo il prestigio della "terza Roma".

L'Impero moscovita, tuttavia, era piuttosto differente da Costantinopoli sia quanto a sistema politico, sia quanto alla propria autocoscienza culturale. La "sinfonia" (relazioni armoniose) tra l'imperatore e il patriarca di Costantinopoli non fu mai veramente portata avanti in Russia. Gli scopi secolari dello stato moscovita e la volontà del monarca superavano sempre le considerazioni canoniche o religiose, che erano ancora vincolanti sugli imperatori medievali di Costantinopoli. L'ideologia politica moscovita fu sempre più influenzata dagli inizi del secolarismo europeo occidentale e dal dispotismo asiatico che dal diritto romano o "bizantino". Anche se forti patriarchi di Costantinopoli erano generalmente in grado di opporsi ad aperte violazioni di dogma e diritto canonico da parte degli imperatori, i loro successori russi erano piuttosto impotenti; un singolo metropolita di Mosca, San Filippo (metropolita 1566-68), che osò condannare gli eccessi di Ivan IV, fu deposto e assassinato.

Una crisi dell'ideologia della "terza Roma" avvenne a metà del XVII secolo. Nikon (in carica 1652-58), un forte patriarca, decise di restaurare il potere e il prestigio della chiesa dichiarando l'ufficio patriarcale superiore a quello dello Zar. Forzò lo Zar Alessio Romanov a fare penitenza per il crimine del suo predecessore contro San Filippo e a giurare obbedienza alla chiesa. Simultaneamente, Nikon tentò di sistemare un perenne problema della vita della chiesa russa: quello dei libri liturgici. Tradotti in origine dal greco, i libri subirono molte corruzioni nel corso dei secoli, e contenevano numerosi errori. In aggiunta, i differenti sviluppi storici in Russia e nel Medio Oriente avevano condotto una differenza tra la pratica liturgica dei russi e quella dei greci. La soluzione di Nikon fu di ordinare l'allineamento esatto di tutte le pratiche russe agli equivalenti greci contemporanei. La sua riforma liturgica portò a uno scisma di grandi proporzioni nella chiesa. Le masse dei russi avevano preso seriamente l'idea che Mosca era l'ultimo rifugio dell'Ortodossia. Si chiedevano perché la Russia dovesse accettare le pratiche dei greci, che avevano tradito l'Ortodossia a Firenze ed erano stati giustamente puniti da Dio, nella loro opinione, finendo prigionieri dei turchi infedeli. I decreti riformisti del patriarca furono respinti da milioni di membri del clero inferiore e dei laici che costituirono il Raskol, o scisma dei "Vecchi Credenti". Nikon fu alla fine deposto per la sua opposizione allo Zar, ma le sue riforme liturgiche furono confermate da un grande concilio della chiesa che si incontrò in presenza di due patriarchi orientali (1666-67).

Le riforme di Pietro il Grande (sul trono dal 1682 al 1725)

Il figlio dello Zar Alessio, Pietro il Grande, cambiò il fato storico della Russia volgendo radicalmente le spalle all'eredità di Costantinopoli e riformando lo stato secondo il modello dell'Europa protestante. Umiliato dalla sottomissione temporanea di suo padre al Patriarca Nikon, Pietro prevenne nuove elezioni patriarcali dopo la morte del Patriarca Adriano nel 1700. Dopo un lungo periodo di sede vacante, abolì del tutto il patriarcato (1721) e trasformò l'amministrazione centrale della chiesa in un dipartimento dello stato, che adottò il titolo di "Santo Sinodo di governo". Un alto funzionario imperiale (Oberprokuror) doveva essere presente a tutte le riunioni, e di fatto agiva come l'amministratore degli affari della chiesa. Pietro pubblicò anche un lungo Regolamento Spirituale (Duchovnij Reglament) che servì come base legale per ogni attività religiosa in Russia. Indebolita dallo scisma dei "Vecchi Credenti", la chiesa non trovò un portavoce che difendesse i suoi diritti, e accettò passivamente le riforme. Con le azioni di Pietro, La Chiesa di Russia entrò in un nuovo periodo della sua storia, che durò fino al 1917. Le conseguenze immediate non furono tutte negative. I consiglieri ecclesiastici di Pietro erano prelati ucraini, laureati all'accademia di Kiev, che introdussero in Russia un sistema occidentale di istruzione teologica; il più famoso tra loro fu un amico di Pietro, Feofan Prokopovich, arcivescovo di Pskov. Per tutto il XVIII secolo, la Chiesa russa continuò pure la sua opera missionaria in Asia e produsse diversi scrittori spirituali e santi: San Mitrofane di Voronezh (morto nel 1703), San Tikhon di Zadonsk (morto nel 1783) - un ammiratore del luterano tedesco Johann Arndt e del pietismo tedesco - così come altri eminenti prelati e studiosi, tra cui Platone Levshin, metropolita di Mosca (morto nel 1803). Tutti i tentativi di sfidare il potere dello Zar sulla chiesa, tuttavia, incontrarono sempre il fallimento. Il metropolita di Rostov, Arsenij Matsiyevich, che si oppose alla secolarizzazione delle proprietà della chiesa da parte dell'Imperatrice Caterina la Grande, fu deposto e morì in prigione (1772). L'atmosfera di ufficialità secolaristica che prevaleva in Russia non era favorevole a un risveglio del monachesimo, ma tale risveglio ebbe luogo grazie agli sforzi di un giovane studioso di Kiev, Paissio Velichkovsky (1722-94), che divenne abate del monastero di Neamts in Romania. La sua edizione slavonica della Filocalia contribuì alla rinascita delle tradizioni esicaste in Russia nel XIX secolo.

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