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Anna Achmatova

Anna Achmatova
Anna Achmatova

L’Achmatova non amava sentirsi definire «poetessa». Due poesie diverse, radicate nello stesso terreno sconvolto della Russia novecentesca, quella dell’Achmatova e quella della Cvetaeva: classica e apollinea la prima, trasgressiva e dionisiaca la seconda. E due vite diverse, anche se entrambe tempestose di amori e piagate dai dolori. Anna Achmatova nasce nel 1889 nella casa di campagna che la sua famiglia ha vicino ad Odessa; le misero nome Anna in onore di sua nonna; ma lei preferì quello di Achmatova in onore della sua bisnonna, principessa tartara discendente di Gengis Khan. «Il XX secolo ebbe inizio nell’autunno dell’anno 1914 insieme con la guerra, così come il XIX s’iniziò con il Congresso di Vienna. Le date del calendario non hanno significato». È ciò che scrive con la sua asciutta eloquenza di testimone inerme dei primi drammatici accadimenti del ’900. Aveva capito che non si valutano i tempi in base al calendario, ma in base agli eventi. E la guerra, la prima guerra mondiale non ha fatto altro che dare il la a tutti gli eventi successivi che non hanno ancora avuto termine. Il primo a crollare fu l’impero degli zar in Russia. Una sommossa spontanea di popolani che facevano la coda per il pane davanti ai forni fu la scintilla che fece divampare, l’8 marzo 1917, la fiamma della Rivoluzione a San Pietroburgo. Il Paese fu in mano prima ai bolscevichi di Lenin che imposero un rigido comunismo di guerra e poi alla durissima dittatura di Stalin. E proprio a San Pietroburgo, nel cenacolo di una cultura che ha visto fondersi l’Occidente con l’Oriente, ai margini della nuova ufficialità statuale e dei suoi apparati accademici, la vita letteraria, oppressa dal cataclisma rivoluzionario, non rinuncia al suo impulso e alla sua tradizione. Anna Achmatova fu davvero poeta del suo popolo, poeta che con il suo popolo sopportò con religioso stoicismo tutte le aberrazioni di quel tempo. Interprete pietosa ma ferma di un destino collettivo. Le prove cominciarono assai preso per lei. Dopo il matrimonio con Nikolàj Gumilev, partecipa con la «Corporazione dei poeti» alla nascita del movimento acmeista, in aperta polemica con il Simbolismo, ma distante anche dal Futurismo. Seguono anni di viaggi e di frequentazioni culturali: a Parigi conosce Modigliani e con lui trascorre lunghe ore sulle panchine del Lussemburgo, a leggere e a recitare a due voci i poeti francesi: Verlaine, Laforgue, Mallarmé, Baudelaire, lieti di ricordare le stesse poesie. Modigliani si rammaricava di non poter leggere le opere dell’Achmatova e non le chiese mai di posare per un ritratto, ma eseguì a memoria sedici disegni che la ritraevano in varie pose e glieli mandò in Russia (purtroppo andarono perduti durante la rivoluzione, salvo uno che l’Achmatova tenne carissimo). Con l’avvento della rivoluzione, i fatti precipitano: Gumilev, che appariva un poeta virile e guerriero, è accusato di aver preso parte a una congiura monarchica ed è arrestato e fucilato il 25 agosto 1921. «Ti portarono via all’alba, / Ti seguivo, come a un funerale, / In una angusta stanza piangevano i bambini...». Mentre ad Anna Achmatova, poetessa «aristocratico-borghese», schiacciata da una vera persecuzione, viene interdetta ogni pubblicazione. Il figlio Lev viene deportato e per lei ha inizio una lunga diatriba: nel tentativo di salvare la vita del figlio è costretta a piegarsi e scrive una lettera a Stalin e versi di ossequio al «comunismo radioso». «Leggere corrono le settimane. / Quel che è accaduto non capisco, / Come tu, figlio, sia finito in prigione. / Bianche notti hanno guardato / E ancora guardano / Con l’occhio caldo di un gufo». Ad aggravare la sua situazione, in questo periodo, intorno al 1935/40, scrive «Requiem», un canto straziato che, seppure non pubblicato, si guadagna, anche solo in forma di manoscritto, una fama vastissima. Il poemetto è uno spietato atto di accusa, contro la dittatura di Stalin. Al termine della Guerra, alla poetessa ucraina tocca sopportare nuove e sferzanti accuse sul suo impegno poetico e sulla militanza intellettuale di «dissidente dall’interno»: nel 1946 Andrej Z’danov dalla tribuna della Rivoluzione trionfante accusa la sua poesia di essere «intimista» e «da camera» e la definisce non un «miracolo», ma un «peccato», la colpa peggiore che si possa commettere in un’età di «impegno» politico e civile. Ciò comporterà l’espulsione della scrittrice, definita «un incrocio tra puttana e suora». L’Achmatova non era più la bella donna di un tempo (si era perfino sussurrato che di lei a suo tempo si fosse innamorato anche lo zar Nicola II), ma ci fu chi la riconobbe: “Siete voi Anna Achmatova, il poeta?”. Al suo cenno di assenso, una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di lei e che certamente non aveva mai udito il suo nome, si ridestò dal torpore e le sussurrò: “Siete poeta? Allora potreste descrivere tutto questo?”. Lei rispose: “Sì, posso”. E allora una specie di sorriso scivolò lungo quello che una volta era stato il volto della donna. Logorata dall’ansia per la sorte del figlio scriverà Requiem e vi apporrà questa dedica:

 

A quelle che furono le compagne del mio stesso strazio.
Dove sono ora le amiche involontarie
di quei miei anni satanici?
Che cosa appare nella loro bufera siberiana?
Che cosa balugina loro nel disco lunare?
A loro invio il mio saluto di commiato.

Nell’epilogo torna a rivolgersi a loro:

Di loro mi rammento sempre e dovunque
di loro nemmeno in una nuova sventura mi scorderò.
E se mi chiuderanno la bocca tormentata
con cui grida un popolo di cento milioni
che esse mi commemorino allo stesso modo
alla vigilia del mio giorno di suffragio.

Naturalmente Requiem non venne pubblicato, troppo evidenti erano i riferimenti al terrore staliniano: era il più grande atto di accusa di un popolo contro la tirannia.

La poeta dei dolci amori sfortunati era diventata la poeta di una grande tragedia nazionale.

Ci fu un momento in cui l’Achmatova scrisse parole disperate:

Bisogna uccidere fino in fondo la memoria
bisogna che l’anima si pietrifichi
bisogna di nuovo imparare a vivere.

Ma il Poema senza eroe che cominciò a scrivere nel 1940 è proprio la dimostrazione che il poeta non aveva ucciso la memoria, che la sua anima non si era impietrita in conseguenza delle tragiche violenze vissute. Continuò a salire il suo calvario. Condannata dal Comitato Centrale del Partito come poeta decadente, ignorata dalle riviste e dalle case editrici, colpita negli affetti più cari, Anna era “civilmente” morta. Fu riportata in vita allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando Stalin decise, per rafforzare il regime, di ricorrere a tutti i valori nazionali e patriottici: tra questi vi era ancora l’Achmatova: i suoi versi non erano stati dimenticati, le sue poesie passavano da una mano all’altra in copie manoscritte. Le fu chiesto di dare il suo contributo alla grande guerra patriottica e lei scrisse versi dignitosi ed eleganti; parlò alla radio da Leningrado, mentre la città era stretta d’assedio durante quei tragici 999 giorni, e lanciò un messaggio alle donne. Nel 1941 il regime la mise in salvo, così come metteva in salvo i capolavori dell’Ermitage e i libri rari delle biblioteche. Fu portata in aereo a Mosca e poi a Taskent: nessuno le aveva comunicato che il figlio si era offerto volontario ed era stato mandato al fronte.

Sono stati scritti a Taökent questi strazianti versi:

E mi si aprì quella strada
per la quale tanti se n’erano andati e per la quale
anche mio figlio fu portato via.
Ed era lungo quel funereo cammino
nella solenne e cristallina
quiete della terra siberiana.
Fuggendo ciò che s’è fatto cenere
afferrata da un terrore mortale
ma conoscendo l’ora della vendetta
abbassati gli occhi asciutti
e torcendosi le mani
la Russia
davanti ai noi andava verso Oriente.

Continuava a rifinire Poema senza eroe cui lavorava da ventidue anni e a cui aveva posto questa introduzione: “Dal 1940 come da una torre guardo tutto. Come se di nuovo dicessi addio a coloro cui da tanto tempo ho detto addio. Come se fattami il segno della croce, scendessi sotto oscure volte”. Il poema era infatti dedicato alla memoria di coloro che per primi avevano ascoltato la sua voce, gli amici e i concittadini morti a Leningrado durante il terribile assedio. Furono anni abbastanza tranquilli. Ma nel ‘66 i disturbi che l’avevano sempre un po’ tormentata divennero più gravi. Fu ricoverata nell’ospedale Botkin di Mosca. Si spense a Domodedovo, presso Mosca, il 5 marzo 1966. Di lei disse efficacemente alla sua morte un critico francese: “La morte nella poesia dell’Achmatova è talmente legata alla vita che ne diviene elemento familiare, così che è difficile stabilire fra loro una frontiera. Il mondo interiore della poetessa è popolato di morti e di vivi mescolati tra loro ai quali ella si rivolge indifferentemente. Ella chiama i morti ed essi ‘consentono a venire’. Essi sono là accanto a lei: ella intende il loro cuore segreto e parla come se essi fossero in questo mondo, forse anche meglio perché essi sono diventati più prossimi, più definitivamente presenti”. Soltanto undici anni dopo la sua morte, i suoi connazionali poterono leggere Requiem e Poema senza eroe in una rivista sovietica. Nel centenario della sua nascita, l’Unesco dette il suo nome ad un asteroide.

La poesia achmatoviana è un velo trasparente sul passato, avvolto da una nebbia fitta, che ci racconta le emozioni e i sentimenti di una donna semplice trapiantata in una realtà che non le appartiene ma che la avvolge e non la abbraccia mai. “Tutto si è confuso per niente, e non riesco a capire”, “la follia ormai con la sua ala ha coperto una metà dell’anima / e ho compreso che ad essa devo cedere la vittoria, prestando ascolto al mio delirio come se ormai fosse di un altro”. La rivoluzione tagliava in due la sua vita. Ma la sua musa ispiratrice non smise mai di cantare. I suoi incontri, gli addii, le albe e le sere, i giardini e le case, tutto rimaneva unito come i grani di un magnifico rosario. Lei continuava a emozionarsi, attratta dai particolari visivi, dalla memoria. Il suo passato era il suo presente, una cicatrice che non può essere dimenticata o nascosta, un viaggio che deve ancora finire e che non finirà finchè le sue poesie verranno ancora lette. La sua voce solitaria, che sembrava destinata a morire, rimbomba nelle notti bianche, nel pianto di una madre, nella malinconia di un anziano, nella paura di non farcela di un adolescente insicuro. Anna Achmatova non lasciò mai il suo paese come fecero invece molti altri intellettuali del suo tempo. Si rassegnò al suo destino così funesto e rigido; nel senso che si impegnò in quello che gli sembrava essere la sua missione. Nessuno poteva impedirle di scrivere. Di scrivere la sua anima su un foglio bianco, di tradurre le lacrime in parole, di spiegare i suoi gridi, di giustificare i suoi lamenti. Non ascoltava la “musica della rivoluzione” ma la sentiva e si fece testimone di una collettività vittima della società. Anna Achmatova fu conservatrice degli infiniti volti di ciò che visse e scrisse delle belle poesie. E le belle poesie sono contributi alla realtà. Il mondo non è più lo stesso dopo che gli si è aggiunta una bella poesia.

 

Dicono di lei…

L’Achmatova è il maggior poeta russo vivente. (Osinskij sulla “Pravda” 1922)

Il mondo dell’Achmatova è angusto come una striscia di luce penetrata in una stanza buia.
E’ più angusto di un coltello.
In esso è la sera. Il risveglio, il distacco.
E’ un mondo captato per via di punture.
Allo stesso modo punge il cielo il telescopio, trascegliendone le stelle e privando il mondo della sua vastità. (Victor Šklovskij)

L’opera dell’Achmatova è intrinsecamente reazionaria, relitto di un passato da seppellire. (Gorbačev, Lelevič 1922 1923)

Nella poesia russa contemporanea, l’Achmatova si situa come un’icona della memoria, sacra e blasfema insieme, con la presunzione dei suoi ori e la povertà delle lacche colorate, su una nuda parete azzurra, come sulla tela di Petrov-Vodkin (Gene Immediato 1995)

E' arrivato il suo tram.
Sono rimasta a guardarla mentre
saliva sul predellino,
entrava, afferrava il corrimano,
apriva la borsa...
Con il vecchio impermeabile,
il vecchio ridicolo cappello
che somiglia a un berretto da bambino,
le scarpe scalcagnate-
elegante, il viso splendido,
la grigia frangia spettinata.
Un tram come tanti.
Persone come tante.
E nessuno si è accorto che era proprio lei.
(Lidija Čukovskaja “Incontri con Anna Achmatova”)

E’ insieme suora e prostituta. (Ždanov 1946)

La storia dell’opera achmatoviana è quella di una poesia che innova la propria tematica originaria, che rielabora notevolmente anche i suoi mezzi espressivi e, malgrado tutto, rimane fondamentalmente uguale a se stessa.

 

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