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Storia > Seconda guerra mondiale

Prigionieri italiani in Russia

Campagna di Russia

 Due furono gli aspetti peculiari della prigionia nei campi sovietici:

In primo luogo la propaganda metodica e martellante alla quale i prigionieri venivano quotidianamente sottoposti, e che era ben lontana dalle ordinarie azioni psicologiche che le autorità di tutti gli stati – anche i più democratici – mettono in atto per convincere i prigionieri di guerra della bontà della propria causa.

Tale propaganda non si rivolgeva infatti soltanto contro il regime fascista e la persona di Mussolini, ma contro l’intero «sistema occidentale», contro la borghesia, contro le democrazie europee e contro la religione, al fine di convincere i prigionieri che soltanto il comunismo, una volta che fosse stato esportato dalla Russia nel resto d’Europa, avrebbe potuto garantire a tutti la libertà e l’uguaglianza.

Ai prigionieri veniva pertanto richiesto di firmare appelli o messaggi agli italiani, anche contro la monarchia (che rappresentava la continuità dello stato) e per la cessione di Trieste alla Jugoslavia (in una prospettiva quindi di mutilazione territoriale dell’Italia a vantaggio di un altro stato sovrano).

Soprattutto nei campi per ufficiali esistevano biblioteche ricche di testi del comunismo, per un primo approccio con l’ideologia; a ciò si aggiungevano i controlli capillari sulle opinioni e sulle vicende personali dei prigionieri, al fine di individuarne con sicurezza l’orientamento politico e il grado di «docilità»: le informazioni venivano raccolte attraverso un certo numero di delatori selezionati fra gli italiani (che in virtù della loro condizione di prigionieri potevano ottenere facilmente le confidenze dei colleghi, nonché raccogliere commenti durante la lettura collettiva dell’«Alba»), ma anche attraverso le cartoline scritte dai prigionieri alle famiglie (quasi mai uscite dai campi) e dai congiunti ai prigionieri (quasi mai distribuite), mediante gli interrogatori notturni, operati dagli ufficiali dell’NKVD con l’assistenza di commissari politici italiani.

Questi ultimi costituiscono la seconda delle particolarità della prigionia in Russia, poiché essi svolsero funzioni riconosciute nei campi, che furono percepite di volta in volta dai militari – a seconda dei luoghi e delle persone, la cui diversità ci dovrebbe indurre a evitare generalizzazioni – come quelle di interpreti, organizzatori di attività culturali e ricreative, propagandisti, informatori e persino persecutori attivi.

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